Il concetto di DISORDINE non è inteso come caos ma come condizione generativa e spazio di possibilità che apre nuove prospettive, mettendo in discussione sistemi e gerarchie e favorendo la costruzione di modelli aperti e dinamici. Il linguaggio visivo diventa lo strumento con cui esprimere energia o raccontare la complessità della condizione umana, mettendo in evidenza lo stretto legame tra ordine e disordine.
Il disordine è un processo: un percorso creativo aperto e imprevedibile, in cui valorizzare la bellezza dell’imperfetto e l’errore come fonte di ispirazione.
Il disordine è un atto di ibridazione: il superamento dei confini disciplinari e l’adozione di linguaggi eterogenei, contaminando analogico e digitale, arte e grafica, umano e AI, design generativo e design euristico (o “Human-in-the-loop”) in cui il processo decisionale è guidato interamente dall’esperienza, dall’intuizione e dalla sensibilità umana.
Il disordine è uno specchio del presente: il disordine politico, le guerre, i conflitti sociali da un lato, l’overload informativo, l’eccesso di comunicazione, il more-than-human e l’impatto dell’AI dall’altro; un presente complesso in cui il disordine non è tanto qualcosa da celebrare, quanto una condizione con cui confrontarsi e da cui far nascere nuovi modi di progettare.
Il disordine è una forma di protesta politica o sociale: dal rifiuto del design elitario o soggetto alle regole del consumismo che rende vecchio un prodotto prima del tempo e dal superamento di progettualità in cui la forma prevale sulla funzione, al mondo della controcultura e del clubbing.
Infine il disordine è in continuo dialogo con l’ordine: nella ricerca di strutture e schemi riconoscibili a partire da forme ambigue e disordinate e nel concetto di data visualization, in cui il linguaggio visivo riesce a dare ordine all’informazione e al tempo stesso trasferisce un emozione.